Jewelry Haute Couture

Favarin one-off pieces speak about history and great civilizations with the language of modern design.

Cera un volta un ragazzo il cui padre faceva l’orafo nello scenario nobile e suggestivo della città di Torino. Il ragazzo si appassionò di tecnologia e di immagine, iniziò a fare progetti digital per multinazionali e aziende ma alla fine, rapito dal suo destino, tornò a quel mondo che aveva tanto appassionato il padre.

Con un valore aggiunto: la visione di un giovane uomo capace di iniettare nella materia un codice di innovazione quasi rigoroso. Così, i gioielli fatti a mano e customizzati di Simone Favarin riescono a catturare mente e anima, insieme.

Hanno un messaggio di modernità potente eppure affondano nella storia. Prendiamo il primo archetipo che il giovane gioielliere ha creato, il suo numero 0: the Hator Ring.

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Hathor Ring

finalist at the European Goldsmith's competition
"Alla corte di Federico” september 2018 jesi, italy

Hator era la dea egizia della gioia, dell’amore, della maternità e della bellezza. Simone lo ha connesso all’Aida. L’opera in quattro atti di Giuseppe Verdi che narra la storia di un condottiero innamorato di una schiava etiope ma costretto a sposare la figlia del Faraone. Il tutto è racchiuso in un anello che diventa simbolo d’amore, di dramma, di perfezione creativa. A prima vista il volume cavo dell’anello in oro 18 k sembra una toppa in cui infilare la chiave: in realtà ad essere raffigurato simbolicamente è il copricapo del Faraone, in un gioco quasi architettonico di costruzione visiva.

Del resto, quella di Favarin è haute-couture del gioiello. “Un gioiello definisce chi siamo, un messaggio, un’unione, una tradizione e travalica le epoche. Per me custodire il tempo e tramandarlo è fondamentale”. In effetti i primi gioielli risalgono a 7.000 anni fa e questo è un dettaglio che non sfugge a Favarin, appassionato cultore delle arti e della tecnologia, mixati abilmente secondo codici che danno un’anima diversa.

Ho sempre guardato ai grandi maestri non solo dell’arte orafa, penso che una grande fonte di ispirazione siano i mobili di Pietro Piffetti, uno dei migliori ebanisti mai esistiti; e poi Bruno Munari, il bianco e nero di Franz Kline, i lavori di Stefan Sagmeister e David Carson, le chitarre Ramirez e i violini Stradivari. Ma alla fine vi possono essere forme e colori bellissimi ovunque. Nel mondo orafo, guardo a Buccellati, allo stile bold di De Grisogono e alla poesia di Enrico Cirio
— Simone Favarin

Simone progetta, disegna e sviluppa i modelli dei suoi archetipi, poi la realizzazione viene affidata da aziende leader nel mercato della prototipazione con tecnologie d’avanguardia e la rifinitura avviene ad opera di artigiani selezionati con grande cura.

Nella capacità creativa di Favarin si riflette una ricerca che solo in parte investe il mondo orafo: il giovane ha studiato con Janusz Kaniewsky, le sue opere sono state presenti a fiere internazinali come Artissima, alla Biennale di Venezia, a Sight and Sound Festival. A pieno titolo qui, si può parlare di arti visive che vanno ben oltre la gioielleria per diventare antropologia, storia.

Basta vedere gli altri archetipi: Greek Blue, un cerchio volutamente imperfetto e costellato di zaffiri, posto su una base che sembra martellata a mano. Oppure il numero 3, un fregio in oro bianco con diamanti neri sparsi ad arte. Ogni diamante utilizzato è certificato dall’Istituto gemmologico italiano, oppure certificato HRD. Ora Simone sta progettando un omaggio alla Cappella degli Scrovegni di Giotto.

Lo si trova su www.favarinijewels.com perché i suoi pezzi, come ogni oggetto di Haute-Couture si rispetti, sono unici e progettati per il singolo committente.


Original Article appeared on Italy Illustrated Magazine

Simone Favarin